GIUGGIOLO DELCAVALLINO

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Prodotti tipici

Giuggiolo del Cavallino - Zizyphus sativa Gaertn – fam. Ramnacee

La zona interessata dalla produzione del giuggiolo è sostanzialmente quella del litorale nord di Venezia comprendente la penisola del Cavallino dalla foce del fiume Sile fino a Punta Sabbioni comprendendo le isole di Treporti, Lio Piccolo e Le Mesole. Risulta praticamente scomparso o presente solamente come rara pianta ornamentale dagli altri litorali della laguna veneta e dalle isole centrali a vocazione orticola (Sant’Erasmo, Vignole…) nonostante le condizioni climatiche molto favorevoli.

Ambito agricolo di primario interesse:
paesaggio degli orti litoranei

Particolarità ambientale
Il Litorale del Cavallino è una stretta penisola che emerge tra il mare Adriatico e la laguna di Venezia a nord del capoluogo. Il terreno è di origine sedimentaria dolomitica, prodotto lentamente nei secoli dall’azione dei fiumi Sile e Piave quando ancora scaricavano le loro acque in laguna. Sospeso tra le acque saline e salmastre conferisce alle produzioni della zona un sapore unico e inconfondibile.
Il clima particolarmente mite per la vicinanza del mare e i terreni ricchi di sali si prestano particolarmente alla coltura. Il giuggiolo ha buona resistenza al vento ed è sempre di dimensioni modeste (non oltre 3-4 metri di altezza) con ciò inserendosi naturalmente e perfettamente nell’ecosistema lagunare. Il microclima della zona permette inoltre alla pianta di evitare i precoci freddi autunnali; vero fattore altrove limitante la produzione, almeno in ambiente non tipicamente mediterraneo o sub tropicale.
Profilo merceologico e caratteristiche
al consumo
In Italia la coltivazione del giuggiolo non è particolarmente diffusa. Nel nord trova spazio solamente in nicchie particolari caratterizzate da un clima più “mediterraneo” come ad esempio, nel Veneto, i colli Euganei, i dintorni del lago di Garda e appunto la laguna Veneta.
La limitata produzione ha inoltre sui mercati una stagionalità molto limitata e limita la propria presenza praticamente ai mesi di settembre e ottobre; a volte la disponibilità è anche più breve e termina quasi subito nel caso di prolungate precipitazioni, nel periodo autunnale sempre molto probabili.
L’albero ha solitamente un aspetto contorto, fortemente spinoso nelle parti vegetative più giovani, foglie piccole, alterne e ovate. I fiori sono giallo chiaro con sfumature verdastre, molto piccoli e particolarmente visitati dalle api nonostante un profumo quasi assente. Il frutto è una piccola drupa ovale, simile e delle stesse dimensioni di un’oliva, verde tenue quando immaturo e bruno rossiccio a maturazione. La polpa è dolce, molto zuccherina di colore bianco o leggermente verde se immatura, nocciolo durissimo e molto appuntito.
La raccolta si effettua quando il giuggiolo è ancora ben sodo e turgido e presenta la caratteristica colorazione bruna sulla maggior parte della superficie.
Il profilo merceologico e qualitativo è così definibile:
– frutti sani e interi, di aspetto fresco, ben turgidi e croccanti del giusto grado di maturazione;
– assenza di ogni traccia di attacco parassitario anche pregresso e di ogni sostanza estranea;
– colorazione uniforme, bruno-rossastra, omogenea su almeno il 90% della superficie del frutto. Sono comunque esclusi i frutti con colorazione verde superiore al 50%;
– assenza di ogni traccia di raggrinzimento, indice di sovramaturazione che comporta la perdita di consistenza e spessore della polpa e conseguente forte deprezzamento commerciale del prodotto con pari riduzione della conservabilità;
– pezzatura omogenea e tendenzialmente medio-grossa in relazione alla varietà e all’andamento stagionale.
Il contenuto di ogni confezione è omogeneo e comprende soltanto frutti della stessa cultivar, origine, calibro e grado di maturazione.

Storia e tradizione
Originario della Cina e dell’Asia Centrale, il giuggiolo è stato introdotto dai romani nel bacino del Mediterraneo, nell’Italia meridionale e centrale al tempo dell’imperatore Augusto. È citato negli scritti di Plinio e Columella.
Nella laguna veneta appare più tardi, grazie ai mercanti veneziani, nell’epoca del massimo splendore della Serenissima Repubblica quando molto attivi erano gli scambi con l’oriente.
Per le testimonianze storiche si rimanda agli atti del catasto austriaco del 1826 conservati all’Archivio di Stato di Venezia e relativi alla classificazione dei terreni agricoli nel territorio di Treporti – Cavallino. ”Li prodotti principali del territorio sono le uve, frutti, legumi freschi, [...]”.
(L’agricoltura e il territorio di Treporti e Cavallino nel 1826, Edizioni del Vento; C.A. Cucchetti, A. Padovan, S. Seno, La storia documentata del Litorale Nord, Venezia 1976).
Originariamente presente come curiosità ornamentale, in talune isole non abitate si è diffuso spontaneamente come pianta colonizzatrice, nei luoghi coltivati è stato invece oggetto di rada e occasionale coltivazione non solo per la produzione dei frutti ma anche con funzione di naturale frangivento e per ombreggiare le orticole più delicate nei periodi più caldi.

Tecnica produttiva
L’impianto viene realizzato partendo da polloni di piede e il ciclo produttivo inizia molto lentamente dopo qualche anno dal trapianto e si protrae per oltre un secolo come anche attualmente dimostrano alcuni splendidi esemplari ancora esistenti lungo il litorale. Proprio la bellezza degli alberi adulti, contorti e dalle forme fantasiose, è infatti stata la causa principale del drastico ridimensionamento della coltura ultimamente oggetto di un fiorente mercato a scopi ornamentali.
Il sesto è molto variabile a seconda delle esigenze aziendali; nei vecchi impianti era molto ampio per lasciare adeguato spazio per la consociazione con altre colture, in particolare orticole. I recenti impianti rinnovati e finalizzati alla produzione specializzata hanno un sesto più stretto, mediamente di 3 metri lungo la fila e 4, 5-5 tra le file.
L’accrescimento è lento ma quasi sempre non sono richiesti particolari interventi di contenimento limitandosi la guida alla formazione della forma desiderata a semplici piegature e legature dei rami. Al momento dell’impianto e nei primi anni di crescita è di sicuro giovamento una concimazione organica e minerale a effetto lento. Di solito il giuggiolo non viene lavorato tra i filari e lungo gli stessi; ciò favorisce la formazione di un prato naturale che periodicamente viene falciato per contenerne lo sviluppo e per evitare la formazione di macchia indesiderata.
Durante il periodo tardo autunnale, nella fase del riposo vegetativo della pianta, si esegue la potatura di contenimento e di formazione (quando necessaria) e le eventuali legature per dare alla pianta una forma agronomicamente conveniente. Ovviamente in caso di coltivazione a scopi ornamentali e/o ambientali la pianta sarà lasciata completamente libera di svilupparsi secondo le condizioni del luogo. In tal caso solitamente assume dapprima forma cespugliosa e piramidale a completa maturità.
La produzione inizia verso la fine di settembre e si conclude verso metà ottobre. La maturazione è marcatamente scalare e una stessa pianta deve essere ripetutamente ispezionata: i frutti devono essere raccolti al giusto grado di maturazione e devono essere eliminati quelli nel frattempo troppo maturati per evitare il diffondersi di muffe e parassiti.
La raccolta, quindi, non può che essere manuale e avviene con non poca difficoltà in quanto la pianta è dotata di forti e ostili aculei, soprattutto nelle parti vegetative più giovani, che richiedono una particolare attenzione per evitare di ferirsi anche seriamente.

Disponibilità e mercato
La superficie complessivamente coltivata non supera i 3-4 ettari in tutta la zona di tradizionale insediamento con una produzione annua stimabile di circa 200-300 quintali.
Il mercato è molto limitato e riguarda esclusivamente il dettaglio tradizionale della città di Venezia e zone limitrofe, i mercati all’ingrosso di Mestre, Treviso e Trieste. Il Mercato di Padova è invece rifornito esclusivamente dalla produzione dei vicini colli Euganei.
Ultimamente sono apparse anche cultivar “cinesi” di pezzatura molto superiore alla media del prodotto come da sempre conosciuto; le caratteristiche gustative sono però risultate mediocri e i consumatori abituali hanno continuato a preferire il prodotto tradizionale.
Il giuggiolo è presentato alla vendita in confezioni medio-piccole variabili dai 2 ai 5 Kg, in imballaggio 30x40 o anche 20x30, spesso anche in sacchetti o in confezioni monouso da 200-300 grammi.
Se il frutto, con molta probabilità, appare destinato a rimanere un prodotto di nicchia, più favorevole appare lo spazio che questa specie può ancora avere per la ricostruzione del paesaggio agrario della laguna, non solo come pianta ornamentale di pregio ma anche per la formazione di particolari siepi poderali in grado di contrastare degrado ed erosione grazie al forte e ben sviluppato apparato radicale.

Caratteristiche nutrizionali e alimentari
Il giuggiolo è molto ricco di zuccheri, fino al 25 % nel prodotto fresco, di vitamina C e vitamine del gruppo B. Tra i minerali dominano il calcio e il potassio, buona la presenza di ferro e manganese. La tradizione attribuisce alle giuggiole potere emolliente, espettorante e diuretico. Utile per calmare la tosse, soprattutto in sciroppo. La polpa ridotta in purea è spesso usata in maschere idratanti ed emollienti per la pelle secca e affaticata. Fresche da consumarsi in quantità limitate in quanto non sempre di facile digestione soprattutto se immature.
Si consumano prevalentemente fresche ma anche sotto alcool, sotto sale, sotto aceto, in salamoia.
Usate per la preparazione di raffinate marmellate e sciroppi e di un particolare liquore (brodo di giuggiole).